Rocco Scotellaro
CENTRO DI DOCUMENTAZIONE
"Rocco Scotellaro e la Basilicata del secondo dopoguerra" Tricarico
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PRESENTAZIONI LIBRI
 
Tavola rotonda
per la presentazione del volume:

Guido Spera, Storia ed evoluzione di una azienda agricola in Lucania
Introduzione di Franca Assante (Congedo, Galatina 2007)
 

Interventi
VITO DE FILIPPO, presidente Regione Basilicata
CARMELA BISCAGLIA, vice direttore Centro di documentazione “Rocco Scotellaro e la Basilicata del secondo dopoguerra”
LUIGI BENEVENTO, vice sindaco di Tricarico
FRANCA ASSANTE,
Università “Federico II” di Napoli

Presentazione del volume:

ITALO TALIA,
Università “Federico II” di Napoli
GIAMPAOLO D'ANDREA,
Università della Basilicata

Coordina:

BRUNO PELLEGRINO, Preside Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce – Presidente ASSMAM

Potenza, sabato 9 febbraio 2008 – ore 16.30
Grande Albergo, Sala Minerva

Nel corso del’incontro, promosso dall’Associazione per la storia sociale del Mezzogiorno e dell’area mediterranea, in collaborazione con il Centro di documentazione, è stato presentato il volume, di Guido Spera Storia ed evoluzione di una azienda agricola in Lucania (Bari, Arti Grafiche G. Laterza & Figli, [1951]). Ristampato dal Centro in edizione critica, comprende sia le meno conosciute sue Note per l'azienda Turati in Lucania, di complemento alla monografia a stampa “Storia ed evoluzione di una azienda agricola in Lucania” (Tip. Ed. C. Conti, Matera, [1951]), che il testo inedito di Silvio Turati, Addio a Calle, un'azienda modello distrutta dalla riforma fondiaria, proveniente dall'Archivio privato di Rocco Mazzarone. In tal modo, afferma Gregorio Angelini, l’opera non solo riconduce al contesto in cui nacque e si svolse la vicenda dell’azienda di Silvio Turati, incentrata su Calle di Tricarico, ma salda un debito di riconoscenza con Mazzarone che sollecitava in tal senso.

    
Bruno Pellegrino, Giampaolo D’Andrea, Gregorio Angelini,
Franca Assante, Italo Talia

Italo Talia colloca l’opera tra le testimonianze di quel rapporto tra natura e storia, tra ambiente e società entro cui è confluito quell’insieme di esperienze culturali, storiche, geografiche, agronomiche ed economiche più in senso stretto, che hanno costituito la più generale questione meridionale. “Di quel meridionalismo classico, che da Galante a Fortunato, − come afferma Gabriele De Rosa − che trae le sue forme proprio dall’esperienza storica, dallo studio della città, in questo caso del territorio, dal posto dell’uomo e delle classi nell’economia della società. Per questo ritengo che vi sia una continuità ideale in filoni di ricerca, come quella che riguarda il testo che presentiamo, tra geografi e storici, cioè da Maranelli a Compagna, da Salvemini a Isnardi, da Azimonti a Rossi-Doria nel portare il Mezzogiorno e soprattutto le sue aree interne, per così dire, dalla natura alla storia, da un paesaggio cioè tutto intriso nei suoi aspetti naturali, sospeso tra mito ed estetismo ad un paesaggio animato dalle sue effettive condizioni fisiche e materiali”. Procedendo nella sua analisi, Talia ha concluso che “la riforma fondiaria, se sul piano politico ebbe successo, perché DC e PCI riuscirono ad isolare e a sconfiggere il vecchio blocco agrario meridionale e a scorporare il latifondo, ha però risposto solo in parte al problema di quel momento storico, vale a dire il rapporto popolazione-terra nell’immediato dopoguerra. La riorganizzazione dell’agricoltura basata sulla piccola impresa agricola e sui coltivatori diretti, favorì la formazione di un nuovo ceto politicamente orientato e organizzato dalla Democrazia Cristiana, che si avvantaggiò di tale successo più del Partito Comunista. Al contrario, i contadini poveri e i braccianti, come hanno documentato altri studiosi, risolsero il problema della terra con una seconda grande emigrazione, dopo quella che aveva preceduto la prima guerra mondiale”.

Giampaolo d’Andrea pone in risalto come “la riforma agraria in Italia si è fatta per rispondere ad un’esigenza tutta politica e a distanza di tempo e con gli studi che hanno fatto passi da giganti sulla materia, possiamo dire che è stata guidata da una ragione tutta politica, nella quale la spinta delle sinistre e quella della DC, alla fine conversero entrambe in un obiettivo, cioè disputarsi il consenso delle masse contadine meridionali. Un obiettivo di competizione. Ma l’obiettivo politico da cui nasceva e che era dei governi di unità nazionale, quindi dei democristiani e dei comunisti, era sottrarre il Mezzogiorno alla prospettiva della jacquerie”. Lo studioso pone, inoltre, in risalto come aziende modello come quella di Silvio Turati, frutto di acquisto all’inizio del ‘900 da parte di un imprenditore del Nord in Basilicata, non erano sconosciute. Lo dimostrano gli esempi di Lanari e Azimonti, ma ne esistevano anche di origine feudale come quelle dei Doria e dei Viggiani, latifondisti postfeudali e imprenditori illuminati, che però organizzavano la loro azienda alla stessa maniera, colonizzando cioè recuperando in positivo un territorio arretrato, dandogli una dimensione e una prospettiva di progresso ma in termini paternalistici”. Il nuovo modello diffusosi con la riforma fondiaria e sostenuto da massicci interventi statali fu, a sua volta, fautore di una deresponsabilizzazione da parte degli assegnatari di terre.

 

 
 

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